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19 luglio 2013 5 19 /07 /luglio /2013 13:16

 

Buonismo:

il cancro della verità

Il buonismo è un vero e proprio virus che si manifesta in forme più o meno acute e del quale tantissimi sono i portatori sani.

            Buonisti sono sempre e solo gli altri. Il buonismo è un vizio la cui ammissione è un tabù, pena l’emarginazione e la derisione. Se da un lato l’inclinazione al cinismo (che del buonismo, in fin dei conti, è il rovescio della medaglia) incute sempre una sottile ammirazione, quasi un timore reverenziale, il buonista sarà sempre e solo una buffa e patetica macchietta, incline alla retorica dell’accondiscendenza, del sorriso facile, dei buoni sentimenti, del compromesso inteso soltanto nella sua accezione nobile.

          Ciononostante il buonismo è la vera malattia morale di questo secolo perché si ricollega alla decadenza dei tempi attuali, a quella paralisi della volontà, quell’inettitudine borghese che, all’inizio del secolo scorso, stimolò la riflessione di giganti della narrativa come Kafka, Musil e Svevo.

          Il buonismo è la declinazione nazional-popolare del “pensiero debole”, del politically correct anglosassone, del relativismo teoretico e morale. Il buonista è un uomo tarato da una pugnace ossessione per gli altri, per tutto ciò che è altro in senso sia personale che ideale, sia concreto che astratto. Da un lato è convinto che l’erba del vicino sia sempre più verde, dall’altro, poiché gli è stato insegnato che l’invidia è un difetto, deve ostentare ammirazione per quel vicino. Non è un uomo sicuro di sé, affatto: nasconde dietro sorrisi, i suoi assillanti sensi di colpa, è terrorizzato dall’idea di non essere apprezzato.

          Il buonista è continuamente alla ricerca di mediazioni e, non credendo nell’esistenza di una Verità ultima, dovrà adeguarsi alle tante verità contingenti che individua intorno a sé. Anche a livello mentale è fondamentalmente un pigro e parla per slogan, per luoghi comuni, per “sentito dire”, non è incline alla riflessione profonda, né alla messa in discussione delle sue piccole certezze quotidiane. Un po’ come il dottor Adattati, protagonista del racconto Un uomo tranquillo di Stefano Benni, che ha “una sola idea chiara, irrinunciabile, trainante: non avere idee”. All’arrivo del nuovo capoufficio Adattati va nel panico, al pensiero di dover rinunciare alle abitudini e ai discorsi del precedente dirigente (“una vaga misoginia con sospette fantasie lolitiche, il gusto della citazione latina, la pipa, le scarpe inglesi, la squadra del Deportivo, l’attore B., il conducatore televisivo T., le barzellette un po’ spinte, i temperini a ghigliottina, la sfiducia nei medici e i discorsi sull’ulcera”) cui si era camaleonticamente adeguato.

          Il buonista manifesta spesso sentimenti o ideali umanitari, tuttavia lo fa soprattutto per dare una buona immagine di sé. Non ha una vera consapevolezza degli effetti delle proprie azioni: il vecchio aforisma “Di buone intenzioni è lastricata la via dell’inferno” (Samuel Johnson) gli è del tutto estraneo. La qualità indiscussa del buonista è quella di non adirarsi quasi mai, eppure qualora gli capiti di essere sbugiardato, è facile vederlo in preda al panico o all’isteria, oppure rimanere silente e attonito. La sua etica non è mai fondata su Verità oggettive, quanto sullo spirito dei tempi, al quale tende ad attenersi in modo maniacale e quasi dogmatico, e in nome del quale sa ergersi, quando vuole, a severo censore e fustigatore di costumi. È forte coi deboli e debole coi forti.

          Il buonista, spesso e volentieri, è un candido, una sorte di ‘utile idiota’ a volte dotato di un discreto carisma che i più spregiudicati sono abili a strumentalizzare. Non mancano quindi i casi in cui il buonista è un vero e proprio lupo travestito da agnello, un freddo calcolatore che, studiando nel dettaglio i tic e gli stereotipi dei “candidi di successo”, tenta di riprodurne i modelli comportamentali su grande scala. Lo aveva previsto con un secolo di anticipo Vladimir Soloviev che descrive il suo Anticristo come un “filantropo, pieno di compassione e non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali”, un “convinto spiritualista”, un “asceta” che afferma di credere in Dio ma, in realtà, ama solo se stesso.

          Figlio del pensiero liberal, del ’68, di quella che Plinio Correa de Oliveira chiamava la “quarta rivoluzione” (dopo la riforma protestante, l’illuminismo giacobino e la terza il socialismo marxista), il buonismo ne incarna il “volto umano”, assimilabile dai moderati e anche dai conservatori.

Sul piano sociale questa attitudine ha portato danni irreparabili in ambito pedagogico e qui è più pertinente parlare di “lassismo” o “permissivismo”. Sulla scia delle teorie di Benjamin Spock, si sono diffuse prassi “antiautoritarie” che hanno sottratto bambini e giovani al senso del sacrificio e della disciplina. Si è, in altre parole, ritenuto che l’amore genitoriale potesse limitarsi soltanto all’aspetto affettivo, senza alcun potere correttivo o sanzionatorio. Niente punzoni, solo comprensione e ascolto. Le conseguenze di ciò sono sotto gli occhi di tutti: droga, comportamenti devianti, imbarbarimento dei costumi, mancanza di rispetto per i soggettivi educativi, siano essi la famiglia o la scuola.

          Il massimo del paradosso, tuttavia, il buonismo lo esprime nei dibattiti sull’immigrazione e sul multiculturalismo: anche in questo ambito il buonista non è in grado di guardare serenamente la realtà oggettiva, schiavo com’è dei suoi “pregiudizi al contrario”, per cui lo straniero è sempre e comunque una persona da accogliere, una vittima dei nostri antenati colonialisti brutti, sporchi e cattivi. E anche qui le conseguenze sono state nefaste: sfruttamento della manovalanza extracomunitaria, microcriminalità diffusa, rigurgiti di razzismo, ghettizzazione, difficoltà di integrazione, per non parlare dell’ascesa del fondamentalismo islamico.

        Ci troviamo, insomma, di fronte ad un autentico “cancro della volontà”, un ottenebramento della ragione e dell’autonomia di giudizio. Il buonismo non ha nulla a che vedere con la bontà, né con l’onestà o la rettitudine: ne è soltanto una grottesca caricatura. L’uomo veramente buono ha una mente ed un cuore molto più profondi. Sa guardare oltre le apparenze e la sua fame di giustizia lo spinge a battaglie controcorrente. L’uomo buono si inchina umilmente dinnanzi alla Realtà e la osserva senza le lenti deformanti dall’ideologia. Ama la Verità senza distinguo e la afferma con vigore, se necessario. È consapevole che per cambiare il mondo servono scelte coraggiose e che, per portarle avanti, non bisogna avere paura di perdere il consenso, di finire in minoranza o di farsi nemici.

Ed è proprio nelle mani di tali uomini buoni e coraggiosi il futuro dell’umanità.

(Teologo Borèl) Dicembre 2010 - autore: Luca Marcolivio

buonismo1

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1 ottobre 2011 6 01 /10 /ottobre /2011 00:55

 

 GreatGigInTrheSky

  "And I am not frightened of dying, any time will do,

I don't mind. Why should I be frightened of dying?

There's no reason for it, you've gotta go sometime."

"Io non ho paura di morire, in qualsiasi momento succederà,
non m'importa. Perché dovrei aver paura di morire?
Non c'è motivo per averne , prima o poi devi andartene"

 

 


 

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19 settembre 2011 1 19 /09 /settembre /2011 23:20

 david2.jpg

Life on Mars?

 

       

Quando nel 1971 fu pubblicato l’album “Hunky Dory”, la critica dell’epoca contestò a David Bowie di “giocare con la pronuncia tra i cognomi di Lenin e Lennon…”, attribuendo al testo di “Life on Mars?” chiari riferimenti politici di destra.

 

Di certo le allusioni politiche nel testo non mancano: la denuncia dell’atteggiamento imperialista dell’America (…Topolino è diventato una mucca…), la contestazione della classe operaia (…ora i lavoratori hanno scioperato per la fama…) in nome di un’idea resuscitata (“…perché Lennon è di nuovo in vendita…”), il consumismo di massa dilagante e il richiamo al dimenticato “Rule Britannia”, inno nazionale britannico "ufficioso" (…messo al bando…) … e poi c’è Marte, il pianeta rosso (la Russia?).

 

Allusioni o semplice fantasia? E se fosse solo fantasia e ci fermassimo a pensare al pianeta rosso, verrebbe spontaneo chiederci: potrà mai esserci vita su un pianeta simile?

 

Chissà… Forse solo in un film.

 

 

 

                                         

 

 

 

«Credo fermamente nel fascismo. Il solo modo che abbiamo per vivificare questa specie di liberalismo ristagnante è di accelerare l’avvento di una tirannia di destra che sia totalmente dittatoriale. La gente diventa molto più efficiente se sottoposta a un regime. La televisione, credo che non ci sia bisogno di dirlo, è la cosa più fascista che ci sia. Anche i divi del rock sono fascisti. E Hitler è stato uno dei primi divi del rock». Chissà cosa avrà pensato Cameron Crowe quando, nel 1976, si sentì dire queste parole da David Bowie nel corso di un’intervista per Playboy. Di sicuro servirono ad alimentare la leggenda di un Duca Bianco estremista di destra, politicamente diverso dal resto dei suoi colleghi dell’epoca. Forse è per questo che Bob Dylan lo detestava e che molte altre star engagées dell’epoca lo guardavano con diffidenza.

 

david1.jpgDavid Bowie è un fascista delle origini, rivoluzionario e socialisteggiante, anarchico eppur sostenitore dell’uomo forte a reggere le sorti della società.

Ordine e libertinaggio: questo il credo di Bowie. Il cantante non ha mai avuto fiducia in quel soggetto non meglio identificato che definiamo popolo. Per lui la massa andava indirizzata attraverso un governo autoritario, lasciando però intatte (e questo è il tratto caratteristico della strana destra di Bowie) le libertà individuali. Sesso, droga e rock’n’roll, verrebbe da dire utilizzando un logoro luogo comune. Eppure proprio questa è la summa di quella che per Bowie è la libertà dell’individuo, almeno nella sua esperienza artistica e personale. Proprio la necessità di coniugare Stato forte e libertà individuali fa di Bowie un convinto anticomunista. 

 

Heroes, forse la più bella canzone rock mai scritta, è il suo manifesto anticomunista: lo sfondo è il Muro di Berlino, i protagonisti un ragazzo e una ragazza che si incontrano segretamente sotto una torretta di guardia. «Possiamo batterli, ancora e per sempre. Possiamo essere eroi, anche solo per un giorno”: non la sollevazione popolare, non una rivoluzione, ma due individui che si ribellano al regime per amore, per un tornaconto personale, perché vogliono stare insieme». L’individualismo di Bowie è tutto in questa canzone. Ne viene fuori un essere umano che non è cinico né scevro da emozioni e passioni, ma che allo stesso tempo pensa a sé stesso, ai suoi bisogni, e riesce ad apprezzare la libertà proprio perché la mancanza di quest’ultima gli preclude la felicità.

 

Dannunziano, fascista delle origini, libertario, anarchico? David Bowie è forse tutto questo ma anche molto altro. E soprattutto è ribelle, a prescindere dalle logore categorie di destra e sinistra. Il ribellismo di David Bowie è individualista, incazzato, privo di ipocrisia umanitaria o terzomondista. E Cygnet Committe, struggente e rabbiosa canzone-manifesto contenuta nel mitico Space Oddity, ne è la prova definitiva: un urlo lungo dieci minuti, uno sfogo libertario in bilico tra pessimismo e delusione. I sogni infranti di una generazione che alla fine sfociano in un “Vogliamo vivere” ripetuto come un mantra, a riaffermare che in fondo quello che serve all’uomo per essere davvero libero è il pieno controllo sulla propria vita. E soprattutto, e in questo Bowie è stato davvero un maestro, il pieno controllo sui propri errori ed eccessi. Lasciateci sbagliare, insomma: non chiediamo nient’altro.

 

(Brano tratto da: “La libertà di sbagliare” di Domenico Naso, pubblicato su Ffwebmagazine del 26 marzo 2009)

 

 

 

 

 

 

 

 

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2 agosto 2011 2 02 /08 /agosto /2011 20:58

 Dea Lilith

Lilith, la prima donna

 

 

Dio creò Adamo e lo fece signore degli animali. Questi vedendo gli animali accoppiarsi felicemente  se ne rattristò e  chiese a Dio una compagna.

Dio dal fango trasse una figura di donna, le diede vita e la chiamò Lilith.

Lilith, però, si rifiutò di essere sottomessa e pretese di giacere con Adamo da pari: “Perché devo giacere sotto di te? Siamo nati da fango entrambi, siamo quindi uguali”.

E quando Adamo per sottometterla usò la forza, lei lo abbandonò maledicendo il nome di Dio. 

Dio allora, decise di dare ad Adamo una nuova compagna, Eva, generata non più dalla terra ma dal suo stesso corpo, affinchè lei non potesse ribellarsi.

  

 

Genesis, The lamb lies down on Broadway

 

Candida Lilith (Lilywhite Lilith)

 

La sala era in tumulto – tutti gridavano

Sono riuscito solo ad ascoltare una voce abbastanza vicina dire

“Ti prego, aiutami ad uscire dalla folla”

Diceva che se lo avessi fatto anche lei mi avrebbe aiutato,

Ma vedevo che era completamente cieca

Ma dalla sua pallida pelle e dal suo volto bianco brillava la luna

Candida Lilith

Lei ti guiderà nel tunnel della notte

Candida Lilith

Lei ti farà uscire

Quando la condussi in mezzo alla gente, il rumore di contestazione iniziò a crescere

Lei disse “lasciami sentire da che parte soffia la brezza e ti mostrerò dove andare”

Così la seguii in una grande cavità rotonda,

Lei disse “stanno venendo per te, ora non aver paura”

Poi mi fece sedere su un trono di pietra fredda, scolpito nella giada

Candida Lilith

Lei ti guiderà nel tunnel della notte

Candida Lilith

Lei ti farà uscire

Mi lascia nella mia oscurità

Devo affrontare la mia paura

E l’oscurità incombe su di me

Posso sentire un ronzio avvicinarsi

Vedo l’angolo del tunnel

Illuminato da un qualcosa che sta arrivando

Due globi dorati fluttuano nella stanza

Ed una luce bianca abbagliante si espande nell’aria

 

 

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5 aprile 2011 2 05 /04 /aprile /2011 00:59

pasifae2PASIFAE

la passione perversa

 

La mitologia narra che Poseidone dio del mare, fece emergere dalle acque un toro bianco affinché Minosse, re di Creta, lo sacrificasse a lui per propiziare fecondità e prosperità. Il re ingordo, invece,  pensò bene di tenere lo splendido esemplare taurino per sè, scatenando così le ire del dio. Poseidone per vendicarsi fece uscire di senno la regina Pasifae e la fece innamorare del toro. La passione della donna, pur di soddisfare il suo impeto sessuale, giunse al punto di farsi costruire da Dedalo una vacca in tutto simile a un animale vivo che le permettesse, posizionata al suo interno, di godere della monta del toro. Da quell’unione perversa nacque il Minotauro.

 pasifae1.jpg

 

LE DONNE SONO DIVERSE

(di Luciano De Crescenzo)


una pagina del libro:


Tutto cominciò a Creta. 

La regina Pasifae, moglie di Minosse, disse al marito che del sesso non le importava proprio niente. 

Senonché Venere, dea dell'amore, offesa, decise di vendicarsi. Tramutò Pasifae in una ninfomane scatenata. 

 

Il re Minosse non sapeva più cosa fare, così decise di confinare la moglie in una zona sperduta dell'isola di Creta e le mise accanto solo persone di sesso femminile. 

Ma quell'isolamento risultò inutile: Pasifae s'innamorò di un toro che pascolava in quei paraggi. 


Al toro, comunque, piacevano solo le vacche, cosicché la regina si fece costruire da Dedalo una statua a forma di vacca e ci si mise dentro. 

Dal loro rapporto mostruoso nacque il Minotauro. 


Lo scandalo fu enorme. 

I cretesi per prendere in giro Minosse, e ricordargli che era stato tradito anche con un toro (che figura di m***a, ndr), ogni volta che lo vedevano passare per le strade gli facevano il segno delle corna, che da quel giorno divenne il simbolo stesso del tradimento. 

 


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28 marzo 2011 1 28 /03 /marzo /2011 16:50

 

GENESIS

 genesis_trespass2.jpg

STAGNATION 
STASI 

"Dedicata a Thomas S. Eiselberg, uomo molto ricco, che fu abbastanza saggio da spendere tutta la sua fortuna per seppellirsi molte miglia sotto terra. Come ultimo membro sopravvissuto della razza umana, egli ereditò il mondo intero"

 

  

Qui oggi il cielo rosso narra la sua storia, 
ma gli unici occhi attenti sono i miei. 
C'è pace tra le colline, 
e la notte coprirà tutta la mia vanità. 
Beati sono coloro che sorridono in corpi liberi, 
non somigliano a nessun'altra folla 
che sta aspettando di essere salvata.

Aspetta, c'è ancora tempo per lavarsi nelle stagno 
lava via il passato. 
La luna, amica mia da molto tempo persa, sta sorridendo dall'alto, 
sorridendo alle mie lacrime. 
Vieni, percorreremo il sentiero che ci porterà a casa mia, 
e lasceremo fuori la notte. 
Il gelido pugnale è venuto ad ornare la morte, 
in un certo qual modo.

E ognuno troverà una casa 
e ci sarà ancora tempo per amare, amico mio 
   - Tu sei lì - 
ed io aspetterò per sempre accanto allo specchio silenzioso 
e pescherò amari pesciolini 
tra le erbacce e l'acqua fangosa.

Voglio sedermi 
voglio bere un sorso d'acqua 
voglio bere voglio bere 
per togliere tutta la polvere e lo sporco dalla mia gola 
per lavar via il sudiciume che è nel profondo delle mie viscere. 
Allora lasciateci bere

lasciateci sorridere

lasciateci andare

 

  

Il vento soffia attraverso le porte chiuse e pizzica le orecchie di uno gnomo che si aggira tra le stanche mura. Qualcosa sta per accadere. Per saperlo, bisogna capire quello che dice il vento. Ma solo quando tutti gli spiragli si allineeranno in un ben preciso disegno magico riusciremo a decifrare il suo linguaggio.

 

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10 marzo 2010 3 10 /03 /marzo /2010 18:59

 nientecanzoni.jpg

Niente canzoni d’amore

Charles Bukowski

 

 

 

Caro Direttore,

mi rendo conto che ho fatto passare la scadenza, ma sono stato afflitto da un sacco di stupidaggini, come litigi con la mia donna, guasti alla macchina, un ospite che mi si è fermato in casa per una settimana, e svariate altre cose che non mi ricordo.

Una cosa che invece mi ricordo è che dovevo farmi rinnovare la patente. Ogni volta che vado a farmi rinnovare la patente, in quel momento comincio a rendermi conto di quanto sono invecchiato, è un segno che uno si sta avvicinando alla tomba, e come segno è più forte del Capodanno e dei compleanni, e anche se di morire in realtà non mi dispiace affatto, quello che mi dà fastidio è la certezza.

Così ogni quattro anni, al momento di andare a rinnovare la patente, io decido di andare a farmi una bevuta colossale. Dopo averlo fatto, il mattino dopo guidavo verso il Dipartimento della Motorizzazione Civile di Hollywood, ma avevo troppo mal di testa per affrontarlo. E continuavo ad avere momenti di buio. Quindi girai a destra. Trovai un bar su dalle parti di Hollywood Boulevard, su Las Palmas o su Cherokee, credo, parcheggiai la macchina, entrai, mi sedetti, rimediai una Heineken dal barista, niente bicchiere, e mi feci una bella sorsata…

Un paio di sgabelli più in là c’era una vecchia ragazza che pareva avesse delle setole di porcospino al posto dei capelli. E sembrava avesse fatto un buco al centro di un lenzuolo, per giunta sporco, e poi ci avesse infilato la testa e se lo fosse messo addosso.

<Ehi,> disse lei.

La guardai in maniera diretta.

<Io sono Helena la Zingara,> disse.

<Philip Messbell, controllore del traffico aereo, disoccupato,> risposi io.

<Vuoi che ti legga la mano, Philip?>

<Quanto?>

<Una birra.>

<OK.>

Melena trascinò quella sua tunica da Ku Klux Klan fino allo sgabello accanto al mio, mi afferrò la mano sinistra, la voltò e cominciò a percorrermi il palmo con le dita.

<Ah,> disse <la tua linea della vita è molto lunga. Avrai una vita molto lunga…>

<Questa è vecchia. Dimmi qualcosa di nuovo.>

<Ah,> strofinò un altro poco <la birra che preferisci è la Heineken.>

<Ti ho detto di lasciar perdere le stronzate.>

<Ok, ora si che lo vedo!> esclamò.

<Cosa?>

<Stai per essere scopato, entro un’ora.>

<E da chi? Da te?>

<Forse. Hai 25 dollari?>

<No.>

<Non da me…>

Lei ebbe la sua birra, io finii la mia e me ne andai di là.



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18 gennaio 2010 1 18 /01 /gennaio /2010 23:49

 psiche3

AMORE E PSICHE


 

Bada, o Psiche

la tua felicità, se vuoi che duri in eterno,

non raccontarla mai a nessuno...

 

 


 

 

   

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10 gennaio 2010 7 10 /01 /gennaio /2010 00:33

 almirantek.jpg

Autobiografia di un "fucilatore"

di Giorgio Almirante ( Edizione del Borghese - Settembre 1973 )

 

La dedica :

Questo libro è dedicato agli amici assieme ai quali ho avuto la ventura di iniziare, quasi trent’anni fa, una dura battaglia di riscatto nazionale : agli amici di tutta una vita. I loro nomi non figurano in queste pagine, che ho voluto libere da ogni citazione, affettuosa o polemica, di personaggi viventi. Ma sono vivi e presenti nell’animo mio. Più che per me, ho scritto per loro; se ci sono riuscito insieme a loro: insieme ad una piccola pattuglia di credenti.



La premessa :


Il titolo di questo libro è doppiamente bugiardo, perchè non si tratta di una autobiografia e perchè io non sono un fucilatore………Sarò felice ….se in qualche pagina…riconoscerete…voi stessi….

(seguono i quindici capitoli )

 

Il commiato :


Desidero che questo libro si chiuda con un commiato, come le antiche canzoni, che andavano tra la gente dopo essere state congedate dall’autore. Vorrei che questo libro andasse tra i giovani, perchè nel nome di tutta una generazione di anziani l’ho scritto per loro. Noi siamo profondamente mortificati, giovani, perchè verso il declinare dei nostri anni ci accade talora di veder declinare anche le nostre personali speranze; e ci accade comunque di temere di consegnarvi una Italia ben diversa…. Sono stato educato nel quadro di un sistema che ho visto crollare, sono stato proiettato in una guerra che ho visto perdere e che ho perduto fino in fondo, ho preso parte ad una guerra civile dalla quale sono uscito sconfitto….( ..e, ormai, da quasi un trentennio, partecipo…alla vicenda politica della democrazia parlamentare italiana ) ….ebbene, giovani, io scelgo vicino a me, scelgo nel tempo nostro, e scelgo proprio tra voi, tra quelli di voi che mi sono stati accanto in questi ultimi anni. Se io in questi anni avessi potuto darvi soltanto lacrime, sudore e sangue, e tanti tra voi si fossero ugualmente accostati alla Destra nazionale, come in verità è accaduto, dovrei esservi comunque riconoscente. Ma io , e la mia generazione con me, non abbiamo dato a voi soltanto ardue prove e dure lotte e pesanti sacrifici; vi abbiamo dato mortificazioni continue, nello spirito e nella carne, abbiamo predicato il verbo più sgradito alla giovinezza, che è quello dell’attesa e della continuata pazienza.

Ve lo predichiamo ancora, vi diciamo che non bisogna reagire…. Vi invitiamo ad una serenità che può sembrare addirittura sovrumana; io stesso vi ho detto, dinnanzi alle salme degli assassinati o dei bruciati vivi, che non si lotta per la civiltà usando le armi che la barbarie usa per combattere la civiltà. Voglio dire, giovani, che vi ho chiesto, e continuo a chiedervi, l’assurdo : di essere pienamente giovani e compiutamente maturi, di fondere l’entusiasmo con la saggezza, il coraggio con l’intelligenza, la naturale ansia di vincere con la consapevolezza della lunga necessaria proiezione della battaglia nel tempo………..

……Noi siamo caduti e ci siamo rialzati parecchie volte; e se l’avversario irride alle nostre cadute, noi confidiamo nella nostra capacità di risollevarci. In altri tempi ci risollevammo per noi stessi. Da qualche tempo ci siamo risollevati per voi, giovani, per salutarvi in piedi nel momento del commiato, per trasmettervi la staffetta prima che ci cada di mano……. Accogliete dunque, giovani, questo mio commiato come un ideale passaggio di consegne; e se volete un motto che vi ispiri e vi rafforzi, ricordate: Vivi come se tu dovessi morire subito; pensa come se tu non dovessi morire mai. 

  

Vivi come se tu dovessi morire subito.

Pensa come se tu non dovessi morire mai.

 

.almirantey

 



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9 gennaio 2010 6 09 /01 /gennaio /2010 00:15

 

Accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Voluta e dichiarata da una frangia di quella religione, forse, comunque una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All' annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci.

 fallaci_s2.jpg

La rabbia e l'orgoglio 
di Oriana Fallaci

 

 

Mi chiedi di parlare, stavolta. Mi chiedi di rompere almeno stavolta il silenzio che ho scelto, che da anni mi impongo per non mischiarmi alle cicale. E lo faccio. Perché ho saputo che anche in Italia alcuni gioiscono come l' altra sera alla Tv gioivano i palestinesi di Gaza. «Vittoria! Vittoria!». Uomini, donne, bambini. Ammesso che chi fa una cosa simile possa essere definito uomo, donna, bambino. Ho saputo che alcune cicale di lusso, politici o cosiddetti politici, intellettuali o cosiddetti intellettuali, nonché altri individui che non meritano la qualifica di cittadini, si comportano sostanzialmente nello stesso modo. Dicono: «Bene. Agli americani gli sta bene». E sono molto molto, molto arrabbiata. Arrabbiata d' una rabbia fredda, lucida, razionale. Una rabbia che elimina ogni distacco, ogni indulgenza. 

 

Ah, se l'Italia imparasse questa lezione! È un Paese così diviso, l'Italia. Così fazioso, così avvelenato dalle sue meschinerie tribali! Si odiano anche all' interno dei partiti, in Italia. Non riescono a stare insieme nemmeno quando hanno lo stesso emblema, lo stesso distintivo, perdio! Gelosi, biliosi, vanitosi, piccini, non pensano che ai propri interessi personali. Alla propria carrieruccia, alla propria gloriuccia, alla propria popolarità di periferia. Pei propri interessi personali si fanno i dispetti, si tradiscono, si accusano, si sputtanano... Io sono assolutamente convinta che, se Usama Bin Laden facesse saltare in aria la Torre di Giotto o la Torre di Pisa, l' opposizione darebbe la colpa al governo. E il governo darebbe la colpa all' opposizione. I capoccia del governo e i capoccia dell' opposizione, ai propri compagni e ai propri camerati.

 

torri-gemelle-attentato.jpgNon capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po' più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri... Cristo! Non vi rendete conto che gli Usama Bin Laden si ritengono autorizzati a uccidere voi e i vostri bambini perché bevete il vino o la birra, perché non portate la barba lunga o il chador, perché andate al teatro e al cinema, perché ascoltate la musica e cantate le canzonette, perché ballate nelle discoteche o a casa vostra, perché guardate la televisione, perché portate la minigonna o i calzoncini corti, perché al mare o in piscina state ignudi o quasi ignudi, perché scopate quando vi pare e dove vi pare e con chi vi pare? Non v' importa neanche di questo, scemi? Io sono atea, graziaddio. E non ho alcuna intenzione di lasciarmi ammazzare perché lo sono. Da vent' anni lo dico, da vent' anni. Con una certa mitezza, non con questa passione, vent' anni fa su questa roba scrissi un articolo di fondo per il «Corriere». Era l'articolo di una persona abituata a stare con tutte le razze e tutti i credi, d' una cittadina abituata a combattere tutti i fascismi e tutte le intolleranze, d' una laica senza tabù. Ma era anche l' articolo di una persona indignata con chi non sentiva il puzzo di una Guerra Santa a venire, e ai figli di Allah gliene perdonava un po' troppe. Feci un ragionamento che suonava press' appoco così, vent' anni fa. «Che senso ha rispettare chi non rispetta noi? Che senso ha difendere la loro cultura o presunta cultura quando loro disprezzano la nostra? Io voglio difendere la nostra, e v' informo che Dante Alighieri mi piace più di Omar Khayan». Apriti cielo. Mi crocifissero. «Razzista, razzista!». Eh, furono gli stessi progressisti (a quel tempo si chiamavano comunisti) a crocifiggermi. Del resto quell' insulto me lo presi anche quando i sovietici invasero l' Afghanistan. Li ricordi quei barbuti con la sottana e il turbante che prima di sparare il mortaio, anzi a ciascun colpo di mortaio, berciavano le lodi del Signore? «Allah akbar! Allah akbar!». Io li ricordo bene. E a veder accoppiare la parola Dio al colpo di mortaio, mi venivano i brividi. Mi pareva d' essere nel Medioevo, e dicevo: «I sovietici sono quello che sono. Però bisogna ammettere che a far quella guerra proteggono anche noi. E li ringrazio». Riapriti cielo. «Razzista, razzista!». Nella loro cecàggine non volevan neanche sentirmi parlare delle mostruosità che i figli di Allah commettevano sui militari fatti prigionieri. (Gli segavano le braccia e le gambe, rammenti? Un vizietto a cui s' erano già abbandonati in Libano coi prigionieri cristiani ed ebrei). Non volevano che lo dicessi, no. E pur di fare i progressisti applaudivano gli americani che rincretiniti dalla paura dell' Unione Sovietica riempivan di armi l' eroico-popolo-afghano. Addestravano i barbuti, e coi barbuti un barbutissimo Usama Bin Laden. Via-i-russi-dall' Afghanistaaaan!  I-russi- devono-andarsene-dall' Afghanistaaaan! Bè, i russi se ne sono andati dall' Afghanistan: contenti? E dall' Afghanistan i barbuti del barbutissimo Usama Bin Laden sono arrivati a New York con gli sbarbati siriani egiziani iracheni libanesi palestinesi sauditi che componevano la banda dei diciannove kamikaze identificati: contenti? Peggio: ora qui si discute sul prossimo attacco che ci colpirà con le armi chimiche, biologiche, radioattive, nucleari.

 

Io non nego a nessuno il diritto di avere paura. Chi non ha paura della guerra è un cretino. E chi vuol far credere di non avere paura alla guerra, l' ho scritto mille volte, è insieme un cretino e un bugiardo. Ma nella Vita e nella Storia vi sono casi in cui non è lecito aver paura. Casi in cui aver paura è immorale e incivile. E quelli che, per debolezza o mancanza di coraggio o abitudine a tenere il piede in due staffe si sottraggono a questa tragedia, a me sembrano masochisti.

Masochisti, sì, masochisti. Perché vogliamo farlo questo discorso su ciò che tu chiami Contrasto-fra-le-Due-Culture? Bè, se vuoi proprio saperlo, a me dà fastidio perfino parlare di due culture: metterle sullo stesso piano come se fossero due realtà parallele, di uguale peso e di uguale misura. Perché dietro la nostra civiltà  c' è Omero, c' è Socrate, c' è Platone, c' è Aristotele, c' è Fidia, perdio. C' è l' antica Grecia col suo Partenone e la sua scoperta della Democrazia. C' è l' antica Roma con la sua grandezza, le sue leggi, il suo concetto della Legge. Le sue sculture, la sua letteratura, la sua architettura. I suoi palazzi e i suoi anfiteatri, i suoi acquedotti, i suoi ponti, le sue strade. C' è un rivoluzionario, quel Cristo morto in croce, che ci ha insegnato (e pazienza se non lo abbiamo imparato) il concetto  dell' amore e della giustizia. C' è anche una Chiesa che mi ha dato l' Inquisizione, d' accordo. Che mi ha torturato e bruciato mille volte sul rogo, d' accordo. Che mi ha oppresso per secoli, che per secoli mi ha costretto a scolpire e dipingere solo Cristi e Madonne, che mi ha quasi ammazzato Galileo Galilei. Me lo ha umiliato, me lo ha zittito. Però ha dato anche un gran contributo alla Storia del Pensiero: sì o no? E poi dietro la nostra civiltà c' è il Rinascimento. C' è Leonardo da Vinci, c' è Michelangelo, c' è Raffaello, c' è la musica di Bach e di Mozart e di Beethoven. Su su fino a Rossini e Donizetti e Verdi and Company. Quella musica senza la quale noi non sappiamo vivere e che nella loro cultura o supposta cultura è proibita. Guai se fischi una canzonetta o mugoli il coro del Nabucco.

E infine c' è la Scienza, perdio. Una scienza che ha capito parecchie malattie e le cura. Io sono ancora viva, per ora, grazie alla nostra scienza: non quella di Maometto. Una scienza che ha inventato macchine meravigliose. Il treno,  l' automobile, l' aereo, le astronavi con cui siamo andati sulla Luna e su Marte e presto andremo chissàddove. Una scienza che ha cambiato la faccia di questo pianeta con l' elettricità, la radio, il telefono, la televisione, e a proposito: è vero che i santoni della sinistra non vogliono dire ciò che ho appena detto?!? Dio, che bischeri! Non cambieranno mai. Ed ora ecco la fatale domanda: dietro all' altra cultura che c' è? Boh! Cerca cerca, io non ci trovo che Maometto col suo Corano e Averroè coi suoi meriti di studioso. (I Commentari su Aristotele eccetera), Arafat ci trova anche i numeri e la matematica. Di nuovo berciandomi addosso, di nuovo coprendomi di saliva, nel 1972 mi disse che la sua cultura era superiore alla mia, molto superiore alla mia, perché i suoi nonni avevano inventato i numeri e la matematica. Ma Arafat ha la memoria corta. Per questo cambia idea e si smentisce ogni cinque minuti. I suoi nonni non hanno inventato i numeri e la matematica. Hanno inventato la grafia dei numeri che anche noi infedeli adopriamo, e la matematica è stata concepita quasi contemporaneamente da tutte le antiche civiltà. In Mesopotamia, in Grecia, in India, in Cina, in Egitto, tra i Maya... I suoi nonni, Illustre Signor Arafat, non ci hanno lasciato che qualche bella moschea e un libro col quale da millequattrocento anni mi rompono le scatole più di quanto i cristiani me le rompano con la Bibbia e gli ebrei con la Torah.

 

Usama Bin Laden afferma che l' intero pianeta Terra deve diventar musulmano, che dobbiamo convertirci all' Islam, che con le buone o con le cattive lui ci convertirà, che a tal scopo ci massacra e continuerà a massacrarci. E questo non può piacerci, no. Deve metterci addosso una gran voglia di rovesciar le carte, ammazzare lui. Però la cosa non si risolve, non si esaurisce, con la morte di Usama Bin Laden. Perché gli Usama Bin Laden sono decine di migliaia, ormai, e non stanno soltanto in Afghanistan o negli altri paesi arabi. Stanno dappertutto, e i più agguerriti stanno proprio in Occidente. Nelle nostre città, nelle nostre strade, nelle nostre università, nei gangli della tecnologia. Quella tecnologia che qualsiasi ottuso può maneggiare. La Crociata è in atto da tempo. E funziona come un orologio svizzero, sostenuta da una fede e da una perfidia paragonabile soltanto alla fede e alla perfidia di Torquemada quando gestiva l' Inquisizione. Infatti trattare con loro è impossibile. Ragionarci, impensabile. Trattarli con indulgenza o tolleranza o speranza, un suicidio. E chi crede il contrario è un illuso. Te lo dice una che quel tipo di fanatismo lo ha conosciuto abbastanza bene in Iran, in Pakistan, in Bangladesh, in Arabia Saudita, in Kuwait, in Libia, in Giordania, in Libano, e a casa sua.

Cioè in Italia. Lo ha conosciuto, ed anche attraverso episodi triviali, anzi grotteschi, ne ha avuto raggelanti conferme. Io non dimentico mai quel che mi accadde all' ambasciata iraniana di Roma quando chiesi il visto per recarmi a Teheran, per intervistare Khomeini, e mi presentai con le unghie smaltate di rosso. Per loro, segno di immoralità. Mi trattarono come una prostituta da bruciare sul rogo. Mi ingiunsero di levarlo immediatamente quel rosso. E se non gli avessi detto anzi urlato che cosa gradivo levare, anzi tagliare a loro... Non dimentico nemmeno quel che mi accadde a Qom, la città santa di Khomeini, dove in quanto donna venni respinta da tutti gli alberghi. Per intervistare Khomeini dovevo mettermi il chador, per mettermi il chador dovevo togliermi i blue jeans, per togliermi i blue jeans dovevo appartarmi, e naturalmente avrei potuto effettuare l' operazione nell' automobile con la quale ero giunta da Teheran. Ma    l'interprete me lo impedì. Lei-è-pazza, lei-è-pazza, a-fare-una-cosa-simile-a-Qom-si-finisce-fucilati. Preferì portarmi all' ex Palazzo Reale dove un custode pietoso ci ospitò, ci prestò l' ex Sala del Trono.

 

Difendere la propria cultura, in Italia, sta diventando peccato mortale. E visto che intimiditi dall' impropria parola «razzista», tutti tacciono come conigli.

Io non vado a rizzare tende alla Mecca. Io non vado a cantar Paternostri e Avemarie dinanzi alla tomba di Maometto. Io non vado a fare pipì sui marmi delle loro moschee, non vado a fare la cacca ai piedi dei loro minareti. Quando mi trovo nei loro paesi (cosa dalla quale non traggo mai diletto) non dimentico mai  d' essere un' ospite e una straniera. Sto attenta a non offenderli con abiti o gesti o comportamenti che per noi sono normali e per loro inammissibili. Li tratto con doveroso rispetto, doverosa cortesia, mi scuso se per sbadatezza o ignoranza infrango qualche loro regola o superstizione. E questo urlo di dolore e di sdegno io te l' ho scritto avendo dinanzi agli occhi immagini che non sempre mi davano le apocalittiche scene con le quali ho incominciato il discorso. A volte invece di quelle vedevo l' immagine per me simbolica (quindi infuriante) della gran tenda con cui un' estate fa i mussulmani somali sfregiarono e smerdarono e oltraggiarono per tre mesi piazza del Duomo a Firenze. La mia città. Una tenda rizzata per biasimare condannare insultare il governo italiano che li ospitava ma non gli concedeva le carte necessarie a scorrazzare per l' Europa e non gli lasciava portare in Italia le orde dei loro parenti. Mamme, babbi, fratelli, sorelle, zii, zie, cugini, cognate incinte, e magari i parenti dei parenti. Una tenda situata accanto al bel palazzo dell' Arcivescovado sul cui marciapiede tenevano le scarpe o le ciabatte che nei loro paesi allineano fuori dalle moschee. E insieme alle scarpe o le ciabatte, le bottiglie vuote dell' acqua con cui si lavavano i piedi prima della preghiera. Una tenda posta di fronte alla cattedrale con la cupola del Brunelleschi, e a lato del Battistero con le porte d' oro del Ghiberti. Una tenda, infine, arredata come un rozzo appartamentino: sedie, tavolini, chaise-longues, materassi per dormire e per scopare, fornelli per cuocere il cibo e appestare la piazza col fumo e col puzzo.

E, grazie alla consueta incoscienza dell' Enel che alle nostre opere d' arte tiene quanto tiene al nostro paesaggio, fornita di luce elettrica. Grazie a un radio-registratore, arricchita dalla vociaccia sguaiata d' un muezzin che puntualmente esortava i fedeli, assordava gli infedeli, e soffocava il suono delle campane. Insieme a tutto ciò, le gialle strisciate di urina che profanavano i marmi del Battistero. 

 

Sbaglia, soprattutto, chi paragona l' ondata migratoria che s' è abbattuta sull' Italia e sull' Europa con l' ondata migratoria che si rovesciò sull' America nella seconda metà dell' Ottocento anzi verso la fine dell' Ottocento e all' inizio del Novecento. Ora ti dico perché. Non molto tempo fa mi capitò di captare una frase pronunciata da uno dei mille presidenti del Consiglio di cui l' Italia s' è onorata in pochi decenni. «Eh, anche mio zio era un emigrante! Io lo ricordo mio zio che con la valigetta di fibra partiva per l' America!». O qualcosa del genere. Eh, no, caro mio. No. Non è affatto la stessa cosa. E non lo è per due motivi abbastanza semplici. Il primo è che nella seconda metà dell' Ottocento l' ondata migratoria in America non avvenne in maniera clandestina e per prepotenza di chi la effettuava. Furono gli americani stessi a volerla, sollecitarla. E per un preciso atto del Congresso. «Venite, venite, ché abbiamo bisogno di voi. Se venite, vi si regala un bel pezzo di terra». Ch' io sappia, in Italia non c' è mai stato un atto del Parlamento che invitasse anzi sollecitasse i nostri ospiti a lasciare i loro paesi.

Venite-venite-ché-abbiamo-tanto-bisogno-di-voi, se-venite-vi-regaliamo-il-poderino-nel-Chianti. Da noi ci sono venuti di propria iniziativa, coi maledetti gommoni e in barba ai finanzieri che cercavano di rimandarli indietro.  Più che  d' una emigrazione s' è trattato dunque d' una invasione condotta all' insegna della clandestinità. Una clandestinità che disturba perché non è mite e dolorosa. È arrogante e protetta dal cinismo dei politici che chiudono un occhio e magari tutti e due. 

 

La nostra identità culturale non può sopportare un' ondata migratoria composta da persone che in un modo o nell' altro vogliono cambiare il nostro sistema di vita. I nostri valori. Sto dicendoti che da noi non c' è posto per i muezzin, per i minareti, per i falsi astemi, per il loro fottuto Medioevo, per il loro fottuto chador. E se ci fosse, non glielo darei. Perché equivarrebbe a buttar via Dante Alighieri, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Raffaello, il Rinascimento, il Risorgimento, la libertà che ci siamo bene o male conquistati, la nostra Patria. Significherebbe regalargli l' Italia. E io l' Italia non gliela regalo.

 

Published by Michele
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