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28 aprile 2009 2 28 /04 /aprile /2009 13:58

 

CHARLES BAUDELAIRE

 

I FIORI DEL MALE

LES FLEURS DU MAL

 

 

Pubblicate dapprima in varie riviste e poi riunite, per la prima volta, in un volume che vide la luce nel 1857, le poesie "I fiori del male" provocarono immediatamente un enorme scandalo, tanto da indurre l’autorità a incriminare l’autore e a metterlo sotto processo per offesa alla morale. Frutto in realtà di un’arte sapiente e sottile, difficile e raffinata, la potenza evocativa, la profondità tragica e l’apparente cinismo della poesia di Baudelaire potevano infatti apparire un atto oltraggioso e deliberato nei confronti del gusto convenzionale della maggioranza dei lettori del suo tempo, decisamente spiazzati davanti all’arditezza di certe descrizioni e all’ostentazione di macabre perversioni che punteggiavano l’opera. Ben lungi dal rappresentare una semplice provocazione, le composizioni poetiche di Baudelaire, con la loro impietosa opera di scavo dell’animo umano, gettavano invece per la prima volta una luce vividissima fin negli angoli più tenebrosi dello spirito, rivelando il capolavoro di una scrittura passionale e intensa, destinata a rivoluzionare l’essenza stessa della letteratura poetica.

 

 

LE LÉTHÉ

 

Viens sur mon coeur, âme cruelle et sorde,

Tigre adoré, monstre aux airs indolents ;

Je veux longtemps plonger mes doigts tremblants

Dans l’épaisseur de ta crinière lourde ;

 

Dans tes jupons remplis de ton parfum

Ensevelir ma tête endolorie,

Et respirer, comme une fleur flétrie,

Le doux relent de mon amour défunt.

 

Je veux dormir ! dormir plutôt que vivre !

Dans un sommeil aussi doux que la mort,

J’étalerai mes baisers sans remond

Sur ton beau corps poli comme le cuivre.

 

Pour engloutir mes sanglots apaisés

Rien ne me vaut l’abîme de ta couche ;

L’oubli puissant habite sur ta bouche,

Et le Léthé coule dans tes baisers.

 

A mon destin, désormais mon délice,

J’obéirai comme un prédestiné ;

Martyr docile, innocent condamné,

Dont la ferveur attise le supplice,

 

Je sucerai, pour noyer ma rancœur,

Le népenthès et la bonne ciguë

Aux bouts charmants de cette gorge aiguë

Qui n’a jamais emprisonné de cœur.

 

 

IL LETE   (Il fiume dell’oblio)

 

Viemmi sul cuore, anima sorda e fiera,

ignavo mostro, adorabile tigre;

voglio tremando perdere le pigre dita

nel folto della tua criniera;

 

e la mia fronte, morsa dal dolore,

affondar nella tua gonna odorosa;

e respirar, come una vizza rosa,

il dolce lezzo del mio morto amore.

 

Vo’ dormire e non vivere, dormire!

Senza rimorso, con l’anima immersa

nel sonno, morte soave e diversa,

di baci il cupreo tuo corpo coprire.

 

Per spegnermi i singhiozzi entro la gola

nulla eguaglia l’abisso del tuo letto;

sulle tue labbra ha il forte oblio ricetto,

e il Lete nei tuoi baci umidi cola.

 

Deliziandomi ormai del mio destino,

l’orme ne seguirò, docile e pronto;

martire che sollecita l’affronto,

e il cui fervore infuria l’aguzzino,

 

succhierò per placare il mio rancore,

il nepente e il benefico veleno

dai vaghi capi dell’erto tuo seno,

che non ha mai imprigionato un cuore.

 

 

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Published by Tiresia
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