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11 luglio 2009 6 11 /07 /luglio /2009 21:11

 

FANTASMI


I fantasmi non sono il frutto della fantasia di visionari, ma strane manifestazioni che possono rendere protagonisti tutti noi...




 


 

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Published by Michele
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8 luglio 2009 3 08 /07 /luglio /2009 01:05

 

Venderò

Edoardo Bennato

  

Venderò le mie scarpe nuove
ad un vecchio manichino
per vedere se si muove
se sta fermo
o se mi segue nel cammino

Venderò il mio diploma
ai maestri del progresso
per costruire un nuovo automa
che dia a loro più ricchezza
e a me il successo

Ai signori mercanti d'arte
venderò la mia pazzia
mi terranno un po’ in disparte
chi è normale
non ha molta fantasia

Raffaele è contento
non ha fatto il soldato
ma ha girato e conosce la gente
e mi dice: stai attento
che resti fuori dal gioco
se non hai niente da offrire al mercato


Venderò la mia sconfitta
a chi ha bisogno
di sentirsi forte
e come un quadro che sta in soffitta
gli parlerò della mia cattiva sorte

Raffaele è contento
non si è mai laureato
ma ha studiato e guarisce la gente
e mi dice: stai attento
che ti fanno fuori dal gioco
se non hai niente da offrire al mercato


Venderò la mia rabbia
a tutta quella brava gente
che vorrebbe vedermi in gabbia
e forse allora
mi troverebbe divertente.

Ogni cosa ha un suo prezzo
ma nessuno saprà
quanto costa la mia libertà

 


 

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5 luglio 2009 7 05 /07 /luglio /2009 21:53

 

 

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

 

                                            Eugenio Montale

 



 

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3 luglio 2009 5 03 /07 /luglio /2009 20:41

 

LUCIO DALLA

Camion

ho capito, mi hai lasciato...

mi dispiace per te 

  





Ci vuol coraggio a fidarsi di te
toccarti il braccio, guardarti e chiederti: beh cosa c'è?
oppure ci vuole un'altra faccia,

o meglio, la mia vecchia faccia
che ho perso ma non so dov'è...

 

 

io ti amo, posso dire che ti amo
e tu ami me forse
ma le parole cadono tra le tante che diciamo
guarda per terra quante ce n'è

 

ecco cosa avevo dentro... ci sono arrivato
amante è solo chi ama non quello che è amato

per questo sono fortunato più di te

 

  

 

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26 giugno 2009 5 26 /06 /giugno /2009 15:47

 

DAVID BOWIE

  

Thursday’s child: Figlio del giovedì, in inglese, derivante da una filastrocca, si dice di una persona che è sempre fuori luogo. In Storytellers Bowie rivela che il titolo Thursday’s Child è ispirato alla autobiografia di Eartha Kitt dall’ omonimo titolo. Bowie racconta che Eartha Kitt era una delle sue letture "da letto" preferite quando era piccolo, e il ricordo della copertina del libro in cui Eartha era molto sexy con i campi sullo sfondo, è rimasto con lui per un sacco di tempo, e gli è improvvisamente tornato in mente quando ha scritto questa canzone, sebbene la canzone non sia su Eartha Kitt.

 

 

THURSDAY’S CHILD

 

All of my life I've tried so hard
Doing my best with what I had
Nothing much happened all the same

Something about me stood apart
A whisper of hope that seemed to fail

Maybe I'm born right out of my time
Breaking my life in two

Sometimes I cried my heart to sleep
Shuffling days and lonesome nights
Sometimes my courage fell to my feet

Lucky old sun is in my sky
Nothing prepared me for your smile
Lighting the darkness of my soul
Innocence in your arms

 

FIGLIO DEL GIOVEDI’ (FUORI LUOGO)

 

Per tutta la vita ho tentato insistentemente
Di fare del mio meglio con ciò che avevo
Ma non è successo granché lo stesso

Qualcosa di me era come separato
Un sussurro di speranza che è sembrato mancare
Forse sono nato in un'epoca sbagliata
Spezzando in due la mia vita
                                      
Qualche volta ho pianto il mio cuore fino a sfinirlo
Giorni confusi e notti solitarie
A volte mi è mancato del tutto il coraggio

Il vecchio sole fortunato è nel mio cielo
Niente mi aveva preparato al tuo sorriso
Che rischiara l'oscurità della mia anima
L'innocenza nel tuo abbraccio


 


Solo per te non ho rimpianti
d'essere stato sempre fuori luogo

 
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26 giugno 2009 5 26 /06 /giugno /2009 15:08

 

CHARLES BUKOWSKI

ComeSePotessiScegliere

 

 

non ho più voglia di
innamorarmi...

solo al pensiero di
una che...
senza un vero
motivo...
mi invade...

e tutto distrugge...

e io lì...
...sempre quello che ama di più...

e poi tutte le
stronzate...
il pensarti...
il voler volere...
il voglio...

ti voglio...ancora...

no...non ho
voglia di
innamorarmi...

e di perdermi...

ho solo
voglia di te...

 

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16 giugno 2009 2 16 /06 /giugno /2009 18:22

 

Pink Floyd

Animals

Amore e disprezzo, adorazione e repulsione. Questi sono i sentimenti che dal 1977 si assembrano al cospetto di "Animals", controversa e irrinunciabile opera dei Pink Floyd, Dopo "Wish You Were Here", i quattro si avventurano in un nuovo lavoro destinato a testimoniare le voragini che si stavano creando tra i diversi componenti, in particolare tra Roger Waters, ormai assurto a "spirito guida", e il resto del gruppo.

Le cinque canzoni che compongono il disco sono composte interamente proprio dall'enigmatico bassista, sempre meno portato a voli interstellari e sempre più vicino a tematiche "terrene". Già a partire dalla copertina si respira tutt'altra aria. Lo splendido artwok dell'inseparabile studio Hypgnosis ritrae la "Battersea Power Station", situata alla periferia di Londra, ormai meta di pellegrinaggio dei cultori del rock, sorvolata da un maiale. L'immagine, cupa ed angosciante, esprime il disagio di una società "evoluta", ormai intrappolata nei propri meccanismi perversi.

Ed è proprio di questa società che Waters vuole parlare nei propri testi. Ormai si sono sprecati oceani di inchiostro sull'ispirazione orwelliana delle liriche di "Animals". Ciò che forse va sottolineato ulteriormente è la visione ancora più radicale e pessimista che pervade il mondo di Waters. I personaggi ci sono tutti: i maiali, i cani, le pecore, servi e padroni, sfruttati e sfruttatori, vittime e assassini.

Il disco apre con "Pigs On The Wing (Part I)", breve intro per sola voce e chitarra, in cui la leggerezza dell'arrangiamento fa da contraltare alle parole ghiacciate di Waters, portavoce dell'indifferenza dei propri simili nei confronti della sofferenza altrui. Immediatamente segue uno dei brani più intensi dell'intera produzione dei Pink Floyd, "Dogs". I dodici minuti di questa splendida canzone sono dedicati ai "cani" che si aggirano affamati nei palazzi di vetro in cerca di potere, denaro, successo, pronti a sbranare chiunque osi sbarrare il loro folle cammino. Il brano, unico del disco scritto a quattro mani con Gilmour, raggiunge livelli eccelsi grazie agli incantevoli assolo di chitarra che galoppano lungo tutto il brano, bloccati saltuariamente solo dalle lunghe parentesi "sintetiche" di Wright, all'interno delle quali sembra precipitare all'infinito il "sangue di pietra" dei cani ("Stone, Stone, Stone…" ripreso poi anche in "Sheep").

I due brani seguenti sono altrettante mini-suite dedicate ad altri personaggi allegorici: i "maiali" e le "pecore". Il brano dedicato a queste ultime è certamente l'episodio più interessante. "Sheep" parte con una suggestiva intro di piano elettrico di Wright, sotto la quale si staglia lentamente l'incedere incalzante del basso di Waters. E pare proprio che siano le tastiere di Wright a fare la parte del leone in questo brano: meraviglioso il lento fluire della voce di Waters nelle onde del synth di Wright; l'accoppiata si ripete nella parte centrale del brano, dove le tastiere sorvolano la linea martellante di basso.

Il disco si chiude mestamente con la seconda parte di "Pigs On The Wing": stesso tono, stesso pessimismo cosmico.

Nonostante le pesanti critiche, "Animals" rappresenta senz'altro uno spaccato unico e irripetibile del suo tempo. Suoni ruvidi e taglienti, testi fortemente critici ai limiti della blasfemia: siamo di fronte alla vigilia del punk. In "Sheep" venivano lanciate frecce contro la religione e la sua capacità di intorpidire le menti, molto prima che i Sex Pistols si mettessero ad imprecare contro la Regina.

 

di Matteo Cavallari, 21/03/2002

 

 


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12 giugno 2009 5 12 /06 /giugno /2009 21:51

 

 

SOLDATI

 


Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie

 

              (Ungaretti)

 

 

 

 

 


ì 

 

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7 giugno 2009 7 07 /06 /giugno /2009 09:07

 

ORIANA FALLACI



Lettera a un bambino mai nato

 

 

“Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: si, c’eri. Esistevi. E’ stato come sentirsi colpire in petto da una fucilata. Mi si è fermato il cuore. E quando ha ripreso a battere con tonfi sordi, cannonate di sbalordimento, mi sono accorta di precipitare in un pozzo dove tutto era incerto e terrorizzante. Ora, eccomi qui, chiusa a chiave dentro una paura che mi bagna il volto, i capelli, i pensieri. E in essa mi perdo. Cerca di capire: non è paura degli altri. Io non mi curo degli altri. Non è paura di Dio. Io non credo in Dio. Non è paura del dolore. Io non temo il dolore. E’ paura di te, del caso che ti ha strappato al nulla, per agganciarti al mio ventre. Non sono mai stata pronta ad accoglierti, anche se ti ho molto aspettato. Mi son sempre posta l’atroce domanda: e se nascere non ti piacesse? E se un giorno tu me lo rimproverassi gridando “Chi ti ha chiesto di mettermi al mondo, perché mi ci hai messo, perché?”. La vita è una tale fatica, bambino. E’ una guerra che si ripete ogni giorno, e i suoi momenti di gioia sono parentesi brevi che si prezzo crudele.”

 

 

“Lettera a un bambino mai nato” è il tragico monologo di una donna che aspetta un figlio guardando alla maternità non come a un dovere ma come a una scelta personale e responsabile. Una donna di cui non si conosce né il nome né il volto né l’età né l’indirizzo: l’unico riferimento che ci viene dato per immaginarla è come vive nel nostro tempo, sola, indipendente, e lavora.

Il monologo comincia nell’attimo in cui essa avverte d’essere incinta e si pone l’interrogativo angoscioso: basta volere un figlio per costringere alla vita quel figlio? Piacerà nascere a lui? Nel tentativo paradossale di avere una risposta la donna spiega al bambino quali sono le realtà da subire entrando in un mondo dove la sopravvivenza è violenza, la libertà un sogno, la giustizia un imbroglio, il domani uno ieri, l’amore una parola dal significato non chiaro. Però mentre il discorso procede, razionale e insieme appassionato, un secondo problema emerge: il rapporto tra se stessa e il figlio. Una seconda domanda esplode: è giusto sacrificare una vita già fatta a una vita che ancora non è? E il monologo diventa quasi una confessione alla propria coscienza, mentre il dramma matura nutrito dagli altri personaggi. Sette personaggi anch’essi senza nome né volto né età né indirizzo: il padre del bambino, l’amica femminista, il datore di lavoro, il medico ottuso, la dottoressa moderna, i vecchi genitori. Tutti testimoni ignari di quel rapporto impossibile, basato su un’altalena di amore e di odio, di tenerezze e di risse, infine esasperato dalla rivolta di una creatura intelligente che accetta la maternità ma da quella si sente derubata.E’ in tale rivolta che la donna lancia la sfida definitiva al figlio: a lei il diritto di esistere senza lasciarsi condizionare da lui, a lui il diritto di decidere se vuole esistere o no. Il bambino decide, e non solo per se stesso. Il suo rifiuto alla vita, ora che sa quanto sia faticosa e difficile, coinvolge infatti la madre. E nel modo più crudele, cioè attraverso un processo che ne deciderà la colpevolezza. Un verdetto con cui si conferma che è sempre la donna a pagare.

 

 

“Una volta nato non ti dovrai scoraggiare, dicevi: neanche a soffrire, neanche a morire. Se uno muore vuol dire che è nato, che è uscito dal niente, e niente è peggiore del niente: il brutto è dover dire di non esserci stato.”

 

 

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7 giugno 2009 7 07 /06 /giugno /2009 07:33
 

 

EDDA CIANO
Mussolini

 




 

Figlia prediletta dal padre e incompresa dalla madre, moglie infedele di Galeazzo Ciano e sua amica fidata fino alla morte, donna tanto imprevedibile e spregiudicata quanto generosa e audace.



Edda Ciano ha attraversato un secolo di storia del nostro paese incarnando più di altri personaggi le contraddizioni e gli enigmi del nostro tempo.

Dall’infanzia non agiata ma allegra e ribelle, trascorsa in Romagna e a Milano, alla giovinezza passata negli agi di una famiglia borghese molto in vista, gli episodi più significativi della sua esistenza sono scanditi dalle scelte e dagli eventi legati all’attività politica del padre e del marito: ecco Edda che a cinque anni resta nella redazione del “Popolo d’Italia” fino alle quattro di mattina; o che, dopo le elezioni del 1919, disastrose per il neonato movimento fascista, vede sfilare sotto le finestre di casa il finto funerale di suo padre; che va a Cremona a conoscere Farinacei; o che, dopo il delitto Matteotti, viene messa sotto sorveglianza dalla polizia. E poi ancora, il matrimonio con il conte Ciano, il viaggio in Cina al seguito del marito console, gli anni della seconda guerra mondiale, in cui volle essere in prima linea come crocerossina in Albania e in Russia, fino all’armistizio, alla fuga in Germania e al tragico epilogo di Verona.

 

 

Il tormento di un’esistenza lacerata dall’odio e ossessionata dall’amore, nel quale la figura del padre, odiato e amato come nessun altro, campeggia sino alla fine. “Si odia particolarmente ciò che si è molto amato, e io sostengo che lo scempio di piazzale Loreto fosse ancora un gesto d’amore”: queste parole di Edda, più che il commento a un evento storico, sembrano l’emblema della sua esistenza.

 

 

 

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