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1 giugno 2009 1 01 /06 /giugno /2009 16:46

 

stavamo facendo l’amore

quando squillò il telefono

 

“non rispondere” dissi

e guardai i tuoi occhi

 

forse lo sapevi che avrebbe telefonato

forse lo sapevi...

 

bevvi tanto quella notte

         tanto da bruciarmi lo stomaco

mentre tu continuavi a parlare...

 

poi tutto finì

accennasti un sorriso

e ti appoggiasti a me

                   triste

 

era l’alba.

 

                                                                        Michele

 

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31 maggio 2009 7 31 /05 /maggio /2009 18:44


 



Non condividere ideali con chi

non li ha condivisi con te in passato,

stai certo che ti tradirà.

 




 

Il 22 maggio 1988 Giorgio Almirante si spegne nella clinica di Villa del Rosario dopo una più che quarantennale attività politica spesa in difesa della destra democratica. La sua morte segna la fine di un’era politica, l’era del proporzionale e dei grandi uomini come lui e Berlinguer, del quale volle a tutti i costi presenziare al funerale nonostante molti la considerassero una pura provocazione.

 

Ma Almirante era questo. Se ne infischiava delle convenzioni e pur fiero del suo indiscutibile retaggio fascista (molti ricordano un congresso MSI in cui replicò all’ospite Pannella che lo metteva in dubbio, “il fascismo è in questa sala”), aveva il massimo rispetto per i suoi avversari e per le regole democratiche in generale. A lui si deve infatti la salvezza di molti giovani “duri e puri”, che al terrorismo rosso degli anni 70-80 intendevano contrapporre la stessa lotta violenta, e che invece impararono a non odiare e a difendere le proprie idee con la parola e non con le armi.

 

Ma cosa rappresentò veramente Almirante per chi si sentiva di destra negli anni 70-80? In un’epoca in cui professarsi di destra equivaleva a scavarsi la fossa, o quantomeno a essere derisi dall’intellighenzia dominante; in un’epoca in cui la scuola e l’università imponevano il pensiero unico post-sessantottino impostato sulla retorica partigiana, l’MSI di Almirante isolato nel ghetto imposto dall’arco costituzionale era la vera scelta anticonformista. La scelta di chi era di destra e voleva gridarlo forte, proprio come faceva la cosiddetta sinistra illuminata. La scelta infine di tutti quei liberal-montanelliani che pure non volevano turarsi il naso, e non erano disposti a votare DC neanche per impedire l’ascesa del Partito Comunista.

 

Per alcuni fu solo un voto di protesta, altri invece ci credettero davvero; ma per tutti Almirante fu l’uomo dall’eloquio imbattibile, perché quando parlava lui non volava una mosca, e se dietro le spalle lo chiamavano fascista o “fucilapartigiani” (soprannome affibbiatogli da Mario Capanna), alle tribune elettorali lo temevano e rispettavano, giacché coglierlo in fallo era impossibile.

 

Luca Landoni. La storia sottovoce

 

Almirante e Berlinguer: quegli incontri segreti
Sei colloqui riservati, negli anni di piombo, che nessuno ha mai raccontato.

di SEBASTIANO MESSINA



Se oggi la destra postfascista e la sinistra postcomunista possono darsi atto reciprocamente del fatto che ormai condividono gli stessi princìpi democratici, lo si deve a una lunga storia di tabù infranti e di gesti coraggiosi. Una storia che cominciò vent'anni fa, con una vicenda che è stata custodita così gelosamente da essere tuttora ignorata perfino da quasi tutti i dirigenti dei due partiti. Per sei volte, tra il 1978 e il 1979, mentre il piombo dei terroristi rossi e neri teneva l'Italia sotto una cappa di terrore e di sangue, Enrico Berlinguer e Giorgio Almirante si incontrarono segretamente. Per sei volte si videro, senza che nessuno lo sapesse, in una stanza all'ultimo piano del palazzo di Montecitorio. Fu lì che cominciò il disgelo umano tra i due leader, fu lì che ciascuno dei due potè saggiare la lealtà dell'avversario.

Solo quattro uomini sono stati testimoni di quegli incontri riservatissimi, e tre di loro ormai sono morti. Il quarto, l'ultimo, ne parla per la prima volta oggi, vent' anni dopo. E' Massimo Magliaro, il giornalista che fu per 18 anni consigliere e collaboratore di Giorgio Almirante, diventandone il suo portavoce e la sua ombra. 
"La prima volta - ricorda - ebbi l'impressione che si incontrassero per caso, che non ci fosse un appuntamento. Era un venerdì sera, la Camera era ormai deserta e in quel corridoio che portava alla commissione Esteri eravamo in quattro: Berlinguer e Tonino Tatò da una parte, Almirante ed io dall'altra. I due segretari si avvicinarono lentamente, si strinsero la mano con un sorriso un po' timido e poi si appartarono dietro una porta, su un divano di pelle. Io e Tatò restammo fuori, a discutere del più e del meno. Lui stava da una parte, io dall'altra, lui era un rosso e io un nero, avevamo poco da dirci: il tempo, il traffico, il campionato. Almirante e Berlinguer, invece, potevano permettersi di allontanarsi per un'ora dalle rispettive trincee e affrontare insieme, senza che nessuno lo sapesse, l'argomento che ossessionava tutti e due: il terrorismo".

 

Quello che i due leader si dicevano, oltre quella porta, forse non lo sapremo mai. Magliaro ammette di non aver ricevuto una sola confidenza, sul contenuto dei colloqui. "Ricordo solo che quella volta Almirante mi confidò: "Quell'uomo è un avversario leale e corretto". Non mi disse neppure che ci sarebbero stati altri incontri". Ce ne furono altri cinque, sempre nello stesso luogo, e sempre di sera, quando il palazzo si era già svuotato. "Ricordo che sceglievano il lunedì, quando il grosso dei deputati non era ancora arrivato, o il venerdì, quando erano già ripartiti tutti per i collegi". Non fu il caso, a decidere gli altri colloqui: "Si davano degli appuntamenti, forse per telefono, e mai attraverso altre persone: io stesso, che stavo tutto il giorno accanto al segretario, lo sapevo all'ultimo momento, quando vedevo arrivare gli altri due".

 

Perché dovevano restare segreti, quegli appuntamenti? "Erano altri tempi" risponde secco Magliaro. Già. Rossi e neri si scontravano nelle piazze, c'era il muro contro muro, molti non avrebbero capito perché il capo della destra doveva incontrare il capo della sinistra, e viceversa. In quei due anni, tra il 1978 e il 1979, l'attacco del terrorismo raggiunse la massima intensità: 4892 attentati, 59 assassinii e 155 ferimenti, quasi il doppio di fatti di sangue rispetto ai due anni precedenti. Dopo il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, c'erano stati gli agguati mortali al giudice Emilio Alessandrini e all'operaio Guido Rossa, al colonnello Antonio Varisco e al dirigente della Fiat Carlo Ghiglieno. Brigate Rosse e Prima Linea erano i gruppi più attivi, con 218 attentati, ma anche i neri si facevano sentire: i Nuclei Armati Rivoluzionari rivendicarono 16 assalti, e altri 6 furono firmati da "Siam Fascisti". 

Almirante non se ne dava pace. Intervistato da Paolo Guzzanti per "Repubblica", dichiarava: "I terroristi sono i nostri peggiori nemici. Per loro non ho che una parola: pena di morte. E se uscisse veramente fuori che una strage è opera di estremisti di destra, non mi basterebbe una sola pena di morte: ne vorrei due. Il mio personale estremismo consiste in questo: nell'essere pronto a liquidare, non fisicamente, si capisce, chiunque nel nostro partito dia segno di guardare con occhio benevolo i terroristi". I bombaroli neofascisti l'avevano capito, e glielo avevano fatto sapere. Il segretario teneva sulla sua scrivania, sotto un fermacarte di pelle, una cartolina postale speditagli dal carcere di Portoferraio: "Sei stato condannato a morte". Firmato: "Mario Tuti".

A Magliaro, una volta spiegò: "Vedi, io ho vissuto la guerra civile italiana. E' stato allora che ho imparato a camminare radente i muri e ad ascoltare i passi alle mie spalle. Ecco, questo paese non può permettersi un'altra guerra civile. Per la semplice ragione che non ha nel suo sangue gli anticorpi per sopravvivervi". Berlinguer, il comunista, il nemico, aveva ai suoi occhi il merito di essersi schierato nettamente e con coraggio contro i terroristi rossi. E dopo quei sei colloqui segreti, Almirante volle dargliene un pubblico riconoscimento: "Voglio essere onesto - disse in un'intervista - io non credo che il Pci alimenti il terrorismo...".

 

Anche Berlinguer, probabilmente, credette nella buona fede del suo avversario. Anche lui voleva mettere fine alla stagione dell'odio tra i giovani di destra e di sinistra, e infatti compì un gesto che suscitò un'enorme impressione nel Msi. Quando seppe che un ragazzo di vent'anni, Paolo Di Nella, era stato ucciso a Roma mentre attaccava manifesti del Fronte della Gioventù, mandò alla famiglia un messaggio che conteneva "il commosso compianto dei comunisti per il vostro giovanissimo Paolo, vittima di una aggressione disumana". Un telegramma, certo, ma un telegramma più pesante di una svolta.

 

 

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23 maggio 2009 6 23 /05 /maggio /2009 18:09
 

 

 

"Il soggetto ha per me un'importanza secondaria: io voglio rappresentare quello che vive tra l'oggetto e me"


C. Monet


 


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21 maggio 2009 4 21 /05 /maggio /2009 19:25

LE PORTE
DELLA
PERCEZIONE

"Se le porte della percezione fossero sgomberate, ogni cosa apparirebbe così com’è, infinita."

 

Così scriveva William Blake, senza sapere che influenza avrebbero avuto queste parole, anni dopo, sul giovane Jim Morrison, che di li a poco avrebbe dato vita all’esperienza letterario-musicale dei Doors. 



 

 

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21 maggio 2009 4 21 /05 /maggio /2009 18:58

 

HENRY MILLER
Tropico del cancro

 

 

Pubblicato a Parigi nel 1934, e solo 27 anni più tardi in America, per il veto della censura, è senza dubbio il libro più noto di Miller.

E' un romanzo che registra le esperienze vissute dall'autore nei primi anni del suo soggiorno parigino, durato dal 1930 al 1939.

La vita che Miller conduceva a Parigi era una vita d'artista povero, in cerca di se stesso e della propria liberazione, e il libro è perciò una galleria di tipi stravaganti, prostitute, artisti, vagabondi. Parigi non è però mitizzata, anzi, contro tanto romanticismo del tempo, Miller così la descrive: "Una città eterna, Parigi! Più eterna di Roma, più splendida di Ninive. L'ombelico del mondo cui si torna, come idioti ciechi e malsicuri, strisciando sulle ginocchia. E come un sughero che sia andato alla deriva fino al centro morto dell'oceano, qui una persona galleggia in mezzo alla feccia e ai detriti di mari, inquieta, senza speranza, incurante persino di un Colombo di passaggio. Le culle della civiltà sono gli scoli putridi del mondo, l'obitorio cui i fetidi grembi affidano i loro pacchi sanguinolenti di carne e di ossa".

 

La storia editoriale in Italia di Tropico del Cancro, è nota: pubblicato e subito sequestrato con l’accusa di oscenità. Del resto sembrava un destino inevitabile, visto l’obiettivo dichiarato da Miller in una delle prime pagine del suo Tropico: “Una sola cosa m’interessa, ora, e ha per me un’importanza vitale; registrare tutto quello che nei libri è omesso”.
Evidentemente qualcuno non era d’accordo. Evidentemente ciò che era stato omesso fino a quel momento nei libri, doveva continuare a rimanerne fuori. Un magistrato ritenne che quel libro fosse pornografia, “offensivo del pudore secondo i comuni sentimenti”.

 

Uno dei pregi maggiori del libro è l'onestà e la naturalezza con cui vengono descritte le esperienze sessuali dei personaggi; il linguaggio, lo stile usati sono quelli del parlato quotidiano e il sesso è visto come qualcosa di quotidiano, tutto l'opposto del sesso sacrale di un D. H. Lawrence. Anche il sesso, infatti, non sfugge alla straordinaria ironia  che è sempre vivissima in Miller.

 

pagina 9

È l'autunno del mio secondo anno a Parigi. Ci sono stato mandato per una ragione che ancora non sono riuscito a penetrare.

Non ho né soldi, né risorse, né speranze. Sono l'uomo piú felice del mondo. Un anno, sei mesi fa, pensavo d'essere un artista. Ora non lo penso piú, lo sono. Tutto quel che era letteratura, mi è cascato di dosso. Non ci sono piú libri da scrivere, grazie a Dio.

E questo allora? Questo non è un libro. È libello, calunnia, diffamazione. Ma non è un libro, nel senso usuale della parola. No, questo è un insulto prolungato, uno scaracchio in faccia all'Arte, un calcio alla Divinità, all'Uomo, al Destino, al Tempo, all'Amore, alla Bellezza... a quel che vi pare.


Questa opera sarà amata da coloro che prediligono un erotismo a volte sottile, a volte sfacciato e diretto, ma mai volgare. È una finestra aperta sul mondo della Parigi degli anni '30, aperta da un uomo che non aveva paura di vivere una vita intensa e sotto molti versi sconsiderata, una vita che tutti noi forse vorremmo vivere, per le esperienze intense e vibranti che potremmo incontrare, ma che non avremmo mai il coraggio di vivere realmente. Ai nostri occhi Henry Miller oggi forse sarebbe uno dei tanti ragazzi che vive in giro per il mondo con lo zaino in spalla, chiedendo la carità agli angoli delle stazioni, e a cui sussuriamo "vai a lavorare" a denti stretti.

Leggete questo libro, con i suoi vaneggiamenti dettati dalla fame , con il suo erotismo dettato da un'amore forse proibito e perverso, ma con ancora la sporca purezza dell'amore passionale e intenso, quello che disprezziamo e giudichiamo ma che ci fa sospirare nelle notti solitarie e inappagate.

 

 

 

 

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16 maggio 2009 6 16 /05 /maggio /2009 17:21

 

 

Secondo un antico detto indiano
una cosa vive solo finchè vive

 l’ultima persona che la ricorda,

 

e per un indiano

è più importante fidarsi della memoria

che della storia.

 

La memoria come il fuoco

è radiante e immutabile

mentre la storia serve solo a quelli

che si sforzano di controllarla.

A quelli che vorrebbero estinguere

il pericoloso fuoco della verità.

 

Attenti a questi uomini

perché sono pericolosi e incauti.

 

La loro falsa storia è scritta col sangue

di coloro che potrebbero ricordare

e di coloro che cercano la verità.

 

  
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14 maggio 2009 4 14 /05 /maggio /2009 23:27

 

Il delitto Matteotti

 

 

 

Il primo giornale a parlare di “un’altra verità”, a riguardo del delitto Matteotti è stato proprio l’Avanti! del 27 luglio 1985 con un articolo di Antonio Landolfi dal titolo:


“La Massoneria e il delitto Matteotti: un’altra verità”


L’articolo faceva riferimento a quanto pubblicato da Matteo Matteotti nel suo libro “Quei vent’anni. Dal fascismo all’Italia che cambia”.

Intanto “Storia illustrata” nel suo numero del novembre 1985, dedicava ampio spazio all’argomento, pubblicando un articolo dal titolo:

“Delitto Matteotti. Fu uno sporco affare di petrolio”

E Matteo Matteotti, figlio del martire, in un altro articolo parlò del delitto. L’articolo ha un titolo:

“Dietro la morte di mio padre c’era il re”

e un sottotitolo:

“l’assassinio di Giacomo Matteotti non fu un delitto politico, ma affaristico. Mussolini non aveva alcun interesse a farlo uccidere. Sotto c’era lo scandalo di petrolio e la longa mano della Corona. La verità verrà presto a galla”.

 

Nel testo dell’articolo (intervista di Marcello Staglieno) si legge che il libro di Matteo Matteotti permette “interrogativi interessanti sull’assassinio di Giacomo Matteotti; questi: Vittorio Emanuele III ebbe una parte decisiva nel delitto? Il re implicato in quello scandalo del petrolio (l’affare Sinclair) di cui parlò e straparlò la stampa del tempo e, scoperto da Matteotti, manovrò per assassinarlo?”.

 

Nell’intervista Matteo Matteotti afferma che nel 1924 i giornali parlarono della denuncia che avrebbe dovuto essere portata da Giacomo Matteotti davanti alla Camera, riferendosi in particolare a un dossier, contenuto nella sua cartella il giorno del rapimento, che riguardava appunto, assieme alle bische, i petroli.

 

Nell’intervista affiora anche la Massoneria.

Dice Matteo Matteotti che “Stampa Sera” del 2 gennaio del 1978 pubblicò un articolo a firma di Giancarlo Fusco, con precise affermazioni: “in sintesi, eccole:

 

Nell’autunno del 1942, Aimone di Savoia, duca d’Aosta raccontò a un gruppo di ufficiali che nel 1924 Matteotti si recò in Inghilterra dove fu ricevuto, come massone d’alto grado, dalla Rispettabile Loggia “The Unicorn And The Lion”. E venne casualmente a sapere che in un certo ufficio della Sinclair, ditta americana associata all’Anglo Persian Oil, la futura Bp, esistevano due scritture private.

Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel registro degli azionisti senza sborsare una lira; dalla seconda risultava l’impegno del re a mantenere il più possibile ignorati (covered) i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone dell’entroterra libico”. Aggiunse ancora: “Sempre sul piano delle ipotesi, ai primi di giugno a De Bono si sarebbe presentato un informatore, certo Thishwalder, con una notizia preziosa: Matteotti aveva un dossier sulle collusioni fra il re e la Sinclair”.

 

A queste notizie, la stampa quotidiana dedicò negli ultimi giorni dell’ottobre ’85 ampi servizi, fra i quali “la Repubblica” con un articolo di Alberto Stabile così intitolato:

“L’ipotesi collega il delitto del 1924 con l’affare del petrolio Sinclair. C’era la mano della Corona, nell’omicidio di mio padre.

Il figlio di Matteotti riscrive la storia”

La nota interessante è che tutti i giornali danno notizia dell’articolo pubblicato da Giancarlo Fusco per “Stampa Sera” del 2 gennaio 1978. Quello che ha veramente importanza è che l’onorevole Matteotti, non massone, è stato realmente ricevuto da una Loggia massonica con tutti gli onori. Ora è logico supporre che la presenza di un così prestigioso esponente dell’antifascismo in una Loggia massonica aveva un particolare significato e viene logico anche pensare che aveva un motivo: e cioè fornirgli documenti per aiutare i socialisti e le opposizioni democratiche a scrollarsi da dosso il fascismo (che la Massoneria internazionale già prevedeva funesto per l’Europa). Infatti tali documenti che compromettevano personalmente il re avrebbero suscitato una enorme impressione, scatenando una serie di reazioni dirompenti da rendere facile un capovolgimento della situazione italiana.

 

Molto più tardi, nel 1945, all’epoca della Repubblica di Salò, Mussolini confida al giornalista Carlo Silvestri che il delitto Matteotti era stato premeditato dagli sporchi ambienti finanziari che gravavano sul Pnf, allo scopo di destabilizzare il regime fascista.

 

Il “Candido”, nel suo numero del 30 gennaio 1986, dedica al “caso Matteotti” ben due pagine con sopratitolo:

“Finalmente la verità dopo sessanta anni di menzogne”

e titolo:

“L’assassinio dell’esponente socialista fu deciso in un ristretto ambiente affaristico e massonico milanese”.

E la tesi di tanti articolisti è questa

“La massoneria fa uccidere Matteotti per addossare la responsabilità a Mussolini e conseguentemente costringerlo alle dimissioni”

articoli finiti nel nulla, soprattutto per le “rivelazioni” del “Candido”:

“Il gruppo che decretò la morte di Matteotti era legato a grossi industriali, si trattava insomma di un gruppo di potere che poteva contare, fra l’altro, sull’attivo concorso della Massoneria di Palazzo Giustiniani e su uomini politici del peso di Filippo Turati e di Giovanni Amendola”

 

  

Mussolini ebbe a dire del rapimento e poi del delitto che era «una bufera che mi hanno scatenato contro proprio quelli che avrebbero dovuto evitarla» (alla sorella Edvige) in chiaro riferimento ad alcuni suoi collaboratori (De Bono, Marinelli, Finzi e Rossi, quasi tutti legati alla massoneria).

In un'altra occasione ebbe a definire il delitto «un cadavere gettato davanti ai miei piedi per farmi inciampare».

Nel discorso alla Camera del 13 giugno Mussolini aveva gridato:

Solo un nemico che da lunghe notti avesse pensato a qualcosa di diabolico contro di me, poteva effettuare questo delitto che ci percuote di orrore e ci strappa grida di indignazione

Al di là del mandante diretto, una tra le interpretazioni più accreditate in ambito storiografico è che fra le motivazioni del rapimento o comunque fra gli strascichi del delitto (che presumibilmente non era intenzionale) vi sia stato il tentativo degli estremisti fascisti di colpire direttamente Mussolini e la sua politica di apertura a sinistra e di parziale legalità parlamentare, impedendogli un riavvicinamento con i sindacalisti di sinistra (Mussolini aveva appena chiesto ad Alceste De Ambris di assumere incarichi di governo, ottenendone rifiuto) e perfino coi socialisti e la Confederazione Generale del Lavoro (CGL).

De Felice, infatti, dedica numerose pagine alle aperture mussoliniane verso sinistra prima e dopo le contestate elezioni del 1924, e bruscamente interrotte dal delitto Matteotti. In particolare al discorso parlamentare del 7 giugno 1924 (tre giorni prima del rapimento di Matteotti), nel quale lo storico individua fra le righe l'offerta "ai confederali di entrare nel governo".

 

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13 maggio 2009 3 13 /05 /maggio /2009 22:10

 

 

La Bella ‘mbriana 

 

E’ invisibile, impalpabile ma presente, lei c’è.

 

Questa è la Bella ‘mbriana, La fata buona protettrice della casa: viene invocata in tutte le situazioni difficili che compromettono la serenità familiare.

 

In genere si tratta di uno spirito buono, ma mai offendere la Bella ‘mbriana perché può addirittura provocare la morte di uno dei familiari.

Un tempo, si metteva a tavola un posto in più per lei.

 

Alla Bella ‘mbriana piace l'ordine e la pulizia e per questo una casa trascurata la rende irascibile. Quando si decideva un trasloco, si cercava di parlarne fuori casa, in modo da non farla ascoltare per non tirarsi addosso le sue ire.

 

Secondo la tradizione popolare si manifesta in forma di geco o si fa vedere tra le tende mosse dal vento in una giornata di sole (se è corretta la derivazione del nome dal latino Meridiana, il nome stesso allude ad uno spirito diurno, che si intravede alla controra).

 

La leggenda narra che la Bella ‘mbriana ami stare solo nelle case in cui gli occupanti le portino rispetto e per questo, spesso avveniva che si lasciava una sedia sempre libera per lei.

 

Ancora oggi chi ci crede, in segno di rispetto, ogni qualvolta entra o esce da una casa, le rivolge un saluto, un ossequio.

 

 

 

 

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11 maggio 2009 1 11 /05 /maggio /2009 22:10

  

Se  hai  bisogno  e  non  mi  trovi

 cercami  in  un  sogno …

 

 

                          … amo  te

  

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9 maggio 2009 6 09 /05 /maggio /2009 22:45

 Oriana Fallaci


  

Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre.

 

 

«Stavolta non mi appello alla rabbia, all’orgoglio, alla passione. Mi appello alla Ragione. E insieme a Mastro Cecco che di nuovo sale sul rogo acceso dall’irragionevolezza ti dico: bisogna ritrovare la Forza della Ragione»


Con queste parole la Fallaci esprime la sua volontà di aggrapparsi alla Ragione, per dar voce al suo pensiero in un momento obiettivamente difficile per il mondo occidentale (il libro, infatti, è andato in stampa esattamente ventiquattro ore dopo la strage di Madrid dell’11 marzo 2004). Oriana Fallaci parla “a viso aperto” con il lettore e si rivolge a lui in modo diretto, cercando di coinvolgerlo nei suoi ragionamenti e di condurlo a usare la Ragione per comprendere il Male di questo secolo.


La forza della Ragione
è un libro pregno di ricordi, di avvenimenti realmente accaduti, di fatti a cui l’autrice stessa è legata in prima in persona e naturalmente di opinioni molto personali: ci parla di come, in tutti gli anni passati in giro per il mondo occupata in altre attività, non si sia mai resa conto di quanto la minaccia dell’Islam fosse una realtà che stava affondando sempre di più le radici nella società occidentale, una società disponibile ad accettare tutte le diversità, in modo irragionevole e senza filtri.


Oriana Fallaci sostiene che il terrorismo non è l’unico aspetto della strategia araba di conquista, ma solo il più eclatante e il più roboante: in realtà il loro obiettivo è quello di “distruggere” gli occidentali dall’interno, insinuandosi nella nostra cultura.


L’autrice racconta di essere rimasta molto turbata quando sentì l’intervista di Aisha Farina:

«Io mi chiamo Aisha Farina e mi sono convertita all’Islam otto anni e mezzo fa, dopo aver studiato arabo all’Ateneo di Milano. Io sono di Milano. La mia famiglia d’origine vive a Milano… Un giorno Roma verrà aperta all’Islam, e in parte del resto s’è già aperta. Perché noi mussulmani siamo tanti. Migliaia di migliaia, tanti. Ma non dovete spaventarvi. Questo non significa che noi vogliamo conquistarvi con gli eserciti, con le armi. Può darsi che tutti gli italiani finiscano col convertirsi e comunque vi conquisteremo pacificamente. Perché ad ogni generazione noi raddoppiamo o di più. Voi invece vi dimezzate. Siete in crescita zero».


È di fronte a questa prospettiva che la Fallaci tenta di mettere i suoi lettori, utilizzando la Ragione e i fatti piuttosto che la passione e la rabbia

Perché gli arabi ci stanno “colonizzando” dal punto di vista culturale, costringendo noi europei a modificare le nostre leggi a loro vantaggio e secondo le loro esigenze: siamo noi che ci stiamo spersonalizzando a poco a poco e, alle volte, senza neppure rendercene conto.

L’Europa in questo modo diventa ogni giorno che passa sempre più Eurabia, ossia un miscellanea tra Europa e Arabia, dove la cultura dominante sta diventando quella islamica e non quella occidentale.


E tutto questo a cosa è dovuto?


Secondo la Fallaci le colpe vanno ricercate nel declino dell’intelligenza:

«C’è il declino dell’intelligenza. Quella individuale e quella collettiva. Quella inconscia che guida l’istinto di sopravvivenza e quella conscia che guida la facoltà di capire, apprendere, giudicare, e quindi distinguere il Bene dal Male… Il declino dell’intelligenza è il declino della Ragione. E tutto ciò che accade oggi in Europa, in Eurabia, ma soprattutto in Italia è declino della Ragione… Per non assuefarsi, non rassegnarsi, non arrendersi ci vuole passione. Ma qui non si tratta di vivere e basta. Qui si tratta di sopravvivere. E per sopravvivere ci vuole la Ragione. Il raziocinio, il buonsenso, la Ragione…»

 

 
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