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8 maggio 2009 5 08 /05 /maggio /2009 00:03

 


  

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3 maggio 2009 7 03 /05 /maggio /2009 09:23


  







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2 maggio 2009 6 02 /05 /maggio /2009 01:10

 

 




    e ti penso

    anche quando non vorrei…

 

    quando ti cerco nei miei sogni

    e non ti trovo mai

 

    quando chiamo forte il tuo nome

    ma tu non rispondi

 

    e resto solo

 

        
                                      
Michele

 


 

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1 maggio 2009 5 01 /05 /maggio /2009 22:17

 


Carpe diem

 



(lett. "Cogli il giorno", normalmente tradotta in "Cogli l'attimo", anche se la traduzione più appropriata sarebbe "Vivi il presente" (non pensando al futuro)) è una locuzione tratta dalle Odi del poeta latino Orazio.

Viene di norma citata in questa forma abbreviata, anche se sarebbe opportuno completarla con il seguito del verso oraziano: "quam minimum credula postero" ("confidando il meno possibile nel domani").

 

La «filosofia» oraziana del  carpe diem  si fonda sulla razionale considerazione che all'uomo non è dato di conoscere il futuro, né tantomeno di determinarlo. Solo sul presente l'uomo può intervenire e solo sul presente, quindi, deve concentrarsi il suo agire, che, in ogni sua manifestazione, deve sempre cercare di cogliere le occasioni, le opportunità, le gioie che si presentano oggi, senza alcun condizionamento derivante da ipotetiche speranze o ansiosi timori per il futuro.

Si tratta di una «filosofia» che pone in primo piano la libertà dell'uomo nel gestire la propria vita e invita a essere responsabili del proprio tempo, perché, come dice il Poeta stesso nel verso precedente, "Dum loquimur, fugerit invida aetas" ("Mentre parliamo, il tempo invidioso sarà già passato").

 

  

 

  

The Masterplan

(Il disegno del destino, Oasis)


Prenditi del tempo per dare un senso a ciò che vuoi dire 
e fai naufragare le tue parole sulle onde 
riportale indietro con il senno di poi in una nave della speranza 
e appena cadranno sulla costa dì loro di non avere più paura, 
gridalo forte e cantalo con orgoglio, e loro... 

Danzeranno se vorranno danzare 
ti prego, fratello, prenditi quest'opportunità 
tu sai che loro andranno per la strada in cui vorranno andare 
tutto quello che sappiamo è che 
noi non sappiamo cosa succederà 
ti prego, fratello, lascia che sia così 
la vita d'altra parte non ti farà capire 
perchè siamo tutti parte di un disegno del destino 

Non sto dicendo che il giusto è sbagliato, tocca a noi fare 
il meglio di tutte le cose che troviamo sulla nostra strada 
e tutte le cose che arrivano hanno un passato, 
le risposte sono nella sfera di cristallo 
ci sono quattro milioni e venti porte 
lungo il corridoio senza fine della vita, 
gridalo forte e cantalo con orgoglio, e loro... 

Danzeranno se vorranno danzare 
ti prego, fratello, prenditi quest'opportunità 
tu sai che loro andranno per la strada in cui vorranno andare 
tutto quello che sappiamo è che 
noi non sappiamo cosa succederà 
ti prego, fratello, lascia che sia così 
la vita d'altra parte non ti farà capire 
perchè siamo tutti parte di un disegno del destino

 

 

 

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29 aprile 2009 3 29 /04 /aprile /2009 10:43

 

 

 
DONNE



“Le donne che ho conosciuto nella mia vita erano tutte puttane, ex prostitute o pazze”
.
Così ha dichiarato Bukowski.







 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le donne:
mi piacevano i colori dei loro vestiti, il loro modo di camminare,
l'espressione crudele di certe facce,
qualche volta la bellezza quasi pura di altre,
completamente e deliziosamente femminili ci fregavano sempre ,
sapevano programmare e organizzarsi.
mentre gli uomini guardavano le partite di football, bevevano birra e
giocavano a bowling,
loro, le donne, pensavano a noi, si concentravano, studiavano, decidevano....
se prenderci, scartarci, scambiarci, ucciderci o semplicemente lasciarci.
alla fine non aveva molta importanza, qualunque cosa facessero,
finivamo soli e picchiati nel cervello.....
e loro.....
creavano...

 


 

 

 

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29 aprile 2009 3 29 /04 /aprile /2009 00:33





 

Chi son io tu non saprai!

 

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28 aprile 2009 2 28 /04 /aprile /2009 13:58

 

CHARLES BAUDELAIRE

 

I FIORI DEL MALE

LES FLEURS DU MAL

 

 

Pubblicate dapprima in varie riviste e poi riunite, per la prima volta, in un volume che vide la luce nel 1857, le poesie "I fiori del male" provocarono immediatamente un enorme scandalo, tanto da indurre l’autorità a incriminare l’autore e a metterlo sotto processo per offesa alla morale. Frutto in realtà di un’arte sapiente e sottile, difficile e raffinata, la potenza evocativa, la profondità tragica e l’apparente cinismo della poesia di Baudelaire potevano infatti apparire un atto oltraggioso e deliberato nei confronti del gusto convenzionale della maggioranza dei lettori del suo tempo, decisamente spiazzati davanti all’arditezza di certe descrizioni e all’ostentazione di macabre perversioni che punteggiavano l’opera. Ben lungi dal rappresentare una semplice provocazione, le composizioni poetiche di Baudelaire, con la loro impietosa opera di scavo dell’animo umano, gettavano invece per la prima volta una luce vividissima fin negli angoli più tenebrosi dello spirito, rivelando il capolavoro di una scrittura passionale e intensa, destinata a rivoluzionare l’essenza stessa della letteratura poetica.

 

 

LE LÉTHÉ

 

Viens sur mon coeur, âme cruelle et sorde,

Tigre adoré, monstre aux airs indolents ;

Je veux longtemps plonger mes doigts tremblants

Dans l’épaisseur de ta crinière lourde ;

 

Dans tes jupons remplis de ton parfum

Ensevelir ma tête endolorie,

Et respirer, comme une fleur flétrie,

Le doux relent de mon amour défunt.

 

Je veux dormir ! dormir plutôt que vivre !

Dans un sommeil aussi doux que la mort,

J’étalerai mes baisers sans remond

Sur ton beau corps poli comme le cuivre.

 

Pour engloutir mes sanglots apaisés

Rien ne me vaut l’abîme de ta couche ;

L’oubli puissant habite sur ta bouche,

Et le Léthé coule dans tes baisers.

 

A mon destin, désormais mon délice,

J’obéirai comme un prédestiné ;

Martyr docile, innocent condamné,

Dont la ferveur attise le supplice,

 

Je sucerai, pour noyer ma rancœur,

Le népenthès et la bonne ciguë

Aux bouts charmants de cette gorge aiguë

Qui n’a jamais emprisonné de cœur.

 

 

IL LETE   (Il fiume dell’oblio)

 

Viemmi sul cuore, anima sorda e fiera,

ignavo mostro, adorabile tigre;

voglio tremando perdere le pigre dita

nel folto della tua criniera;

 

e la mia fronte, morsa dal dolore,

affondar nella tua gonna odorosa;

e respirar, come una vizza rosa,

il dolce lezzo del mio morto amore.

 

Vo’ dormire e non vivere, dormire!

Senza rimorso, con l’anima immersa

nel sonno, morte soave e diversa,

di baci il cupreo tuo corpo coprire.

 

Per spegnermi i singhiozzi entro la gola

nulla eguaglia l’abisso del tuo letto;

sulle tue labbra ha il forte oblio ricetto,

e il Lete nei tuoi baci umidi cola.

 

Deliziandomi ormai del mio destino,

l’orme ne seguirò, docile e pronto;

martire che sollecita l’affronto,

e il cui fervore infuria l’aguzzino,

 

succhierò per placare il mio rancore,

il nepente e il benefico veleno

dai vaghi capi dell’erto tuo seno,

che non ha mai imprigionato un cuore.

 

 

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28 aprile 2009 2 28 /04 /aprile /2009 00:35


 

Affacciati! Affacciati!
benedici e guardaci



tanto sono duemila anni
che stai a guardare...

 

 

 

 




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26 aprile 2009 7 26 /04 /aprile /2009 15:37
 

 

SAMARCANDA

 

 

Non è possibile sfuggire al destino:

tentiamo, noi, piccoli uomini, ma anche
i nostri tentativi fanno parte del destino stesso
che ci attende, paziente, a Samarcanda
   



Ridere, ridere, ridere ancora, 
Ora la guerra paura non fa,
brucian le divise dentro il fuoco di sera,
brucia nella gola vino a sazietà,
musica di tamburelli fino all'aurora,
il soldato che tutta la notte ballò
vide tra la folla quella nera signora,
vide che cercava lui e si spaventò.

"Salvami, salvami, grande sovrano,
fammi fuggire, fuggire di qua,
alla parata lei mi stava vicino,
e mi guardava con malignità"
"Dategli, dategli un animale,
figlio del lampo, degno di un re,
presto, più presto perché possa scappare,
dategli la bestia più veloce che c'è

"Corri cavallo, corri ti prego
fino a Samarcanda io ti guiderò,
non ti fermare, vola ti prego
corri come il vento che mi salverò"

Fiumi poi campi, poi l'alba era viola,
bianche le torri che infine toccò,
ma c'era tra la folla quella nera signora
e stanco di fuggire la sua testa chinò:
"Eri fra la gente nella capitale,
so che mi guardavi con malignità,
son scappato in mezzo ai grilli e alle cicale,
son scappato via ma ti ritrovo qua!"

"Sbagli, t'inganni, ti sbagli soldato
io non ti guardavo con malignità,
era solamente uno sguardo stupito,
cosa ci facevi l'altro ieri là?
T'aspettavo qui per oggi a Samarcanda
eri lontanissimo due giorni fa,
ho temuto che per ascoltar la banda
non facessi in tempo ad arrivare qua".


Non è poi così lontana Samarcanda,
corri cavallo, corri di là...
ho cantato insieme a te tutta la notte
corri come il vento che ci arriverà


 

 

La forsennata cavalcata verso Samarcanda, poeticamente cantata da Roberto Vecchioni, dice che il destino compie sempre il proprio corso e giunge fatalmente a destinazione.

 

Molte narrazioni mitologiche sviluppano questo tema: Edipo incontra e uccide uno sconosciuto (che in realtà è il suo padre naturale) mentre si allontana da casa per evitare di uccidere couli che crede suo padre, ma che in realtà è solo il padre putativo.

 

Ma la ballata di Vecchioni dice qualcosa di più inquietante: ogni comportamento dell’uomo (cercare il cavallo, spronarlo, guidarlo) fatalmente confluisce nei piani del destino e ne compie il disegno. Il destino segue il proprio corso non solo a dispetto delle preferenze individuali, ma addirittura avvalendosi delle opposizioni dell’uomo.

 

Ciò che il pensiero umano esprime con i linguaggi del mito fu espresso anche con i concetti della filosofia. Lo stoicismo coltivò una concezione di destino del tutto simile, sintetizzata in un noto aforisma di Seneca 
“il fato guida chi lo segue, trascina chi recalcitra”.

 

 

(brano tratto da Counseling Filosofico e Ricerca del senso)

 

 

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23 aprile 2009 4 23 /04 /aprile /2009 00:44

 

PARSIFAL


E quando tu, o Parsifal, ti allontanasti la prima volta dal castello, senza aver domandato il senso dei misteri ai quali avevi assistito, tu eri come me... che scappavo via da casa mia...

 

 

 


 


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